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Radio e Jazz

3. 1 Camicie nere e “musica negra”: uno strano rapporto

L’arte è un pericolo per ogni società repressiva perché ha in se i mezzi espressivi per far sognare l’uomo, allontanarlo da una realtà inaccettabile e dargli magari la forza di ribellarsi.

Dopo aver analizzato la parte improntata sull’insegnamento, si è deciso di esaminare brevemente anche il settore dell’intrattenimento. Nello specifico, sul rapporto che intercorreva tra EIAR (o per meglio dire, il Fascismo) e la musica Jazz. Da noi solamente grazie al disco prima e alla Radio poi, si costituì una sorta di “immaginario sonoro” riguardo questa musica.

Facciamo un breve, ma necessario, passo indietro.

Il fenomeno delle tournée di musicisti, ballerini e cantanti afroamericani in Europa risaliva addirittura a metà Ottocento: perlopiù si trattava di cori spiritual, minstrel shows, e piccoli complessi ragtime. Nazioni come Inghilterra (l’affinità linguistica la rese una delle tappe più frequenti) Francia, Olanda, Belgio, Germania, la penisola scandinava e la grande Russia conobbero queste formazioni e questi “antenati” dei moderni jazzmen.

In Italia, per ragioni geografiche ed economiche, ma soprattutto politiche e culturali, questo “pellegrinaggio” di musicisti fu veramente molto limitato, per non dire quasi nullo. Prima del 1914 le apparizioni di questi artisti nel nostro territorio sono talmente esigue da poterle contare letteralmente sulle dita di una mano .

Il primo febbraio 1926, dalla neonata stazione di Milano, dalle ore 16.30 alle 18.00 venne trasmesso il primo programma radiofonico accompagnato da una jazzband, quella del maestro Stefano Ferruzzi. Fino ai primi Anni Trenta queste orchestre erano composte solamente da musicisti italiani, quindi parlare di jazz può apparire quantomeno inesatto .

Come si comportò il Fascismo nei confronti di questo nuovo genere?

Innanzitutto bisogna ricordare che nel periodo immediatamente precedente ed anche agli inizi del ventennio, il fenomeno della musica riprodotta fu veramente limitato e un motivo non trascurabile è da ricercare nella scarsità di vendita degli apparecchi relativi alla diffusione del suono .

Come già detto in precedenza, altri problemi di maggior entità affliggevano il nuovo Presidente del Consiglio italiano e vista la scarsa diffusione della musica afroamericana, per il momento questa non destò preoccupazione. L’offerta di musica leggera internazionale (mano a mano sempre più crescente) pareva quindi poter liberamente esprimersi senza censure di nessun genere.

In realtà, attraverso vie indirette, il regime esercitò una campagna patriottico-nazionalista per la “difesa” dei valori della musica italiana, che culminerà col discorso datato 31 marzo 1926, del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giacomo Acerbo:

[…] Noi Italiani dobbiamo si accogliere nel nostro spirito raffinato e versatile ogni nobile creazione degli altri popoli, ma dobbiamo anzitutto tener fede alla nostra tradizione che deriva dal millenario processo della nostra evoluzione civile, ed esserne orgogliosi e fieri[…]

E’ superfluo ricordare come durante i regimi dittatoriali la motivazione ideologica sia sostanzialmente una “facciata” per nascondere altri problemi, quasi sempre di ordine molto più pratico. Il fascismo non fece differenza a questa consuetudine.

La frase di Acerbo aveva lo scopo di rilanciare il mercato economico nazionale, che doveva il suo ingresso nella comunità finanziaria internazionale solamente ai prestiti concessi dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. “L’autarchia culturale” italiana nacque quindi anche per motivazioni economiche.

Nonostante questo clima il jazz continuò a prosperare, tanto che nel febbraio del 1927 l’Unione Radiofonica Italiana (URI) realizzò un referendum per conoscere le tendenze e i gusti del pubblico degli ascoltatori. Emerse che la musica classica era preferita a quella jazz e in generale alle trasmissioni dichiaratamente “culturali” .

Ovviamente il pubblico che partecipò al referendum era ristretto e non si può pretendere che il risultato rispecchiasse la realtà della situazione in Italia, vista anche l’effettiva conoscenza della materia. Il dato ci indica principalmente che i programmi preferiti dal pubblico erano quelli musicali rispetto a quelli politici.

Con la trasformazione dell’URI in EIAR la situazione cambiò.

Come dicevamo nella prima parte del lavoro, Mussolini fece costituire nel 1927 una speciale commissione per il controllo e la supervisione della situazione radiofonica. Questa, a sua volta, ritenne fosse necessario un Comitato Superiore di Vigilanza sulle Radiodiffusioni per garantire il rispetto dei requisiti “culturali” richiesti dal fascismo.

Ogni settore culturale ebbe quindi un consulente specifico e quello musicale fu affidato al compositore Pietro Mascagni, forte detrattore di tutte le avanguardie musicali del Novecento .

Col passare del tempo il “fastidio” del Fascismo verso la musica afroamericana si acuì sempre più. Si può porre come anno di svolta il 1938, anno della promulgazione delle “leggi razziali”; la musica “estera” subì aspre critiche e fu molto osteggiata, non per motivi propriamente musicali ma a causa delle proprie origini, soprattutto quelle dei musicisti che la eseguivano.

Termini come “schiamazzo giudaico-massone” oppure “musica negroide” iniziano a comparire nelle recensioni delle riviste musicali e sui quotidiani. L’idea di “stirpe italiana” che condanna l’esterofilia e rifiuta sdegnosamente tutto quello che arriva da oltreoceano si consolida sempre più tra i membri del regime e tra i suoi affiliati.

Quello che sorprende però è il fatto che la borghesia, sostenitrice e fautrice dell’ascesa al potere di Mussolini, non si curò di questa guerra dichiarata dal regime alla musica afroamericana. Gli Anni Trenta e Quaranta furono anzi il periodo in cui il “ballabile americano” si fece strada e si diffuse maggiormente nei locali e nelle sale da ballo italiane.

Sulla carta venne osteggiato, denigrato e formalmente bandito, ma nella vita reale fu un genere molto amato e apprezzato dal pubblico.

Locali come il “Circolo Jazz Hot” di Milano che si occupava di ristampe di dischi fuori catalogo, oppure il “Caffé Crimea” di Torino in cui Alfredo Antonino – collezionista di dischi, studioso del jazz e fondatore del primo jazz club italiano nel 1933 – offriva un commento alle “audizioni” dei suoi 78 giri, dovettero presto smettere ufficialmente la loro “pericolosa” attività e operare in clandestinità, in una sorta di “carboneria jazzistica”, come venne magistralmente definita dallo studioso Gian Carlo Roncaglia .

Con l’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania Nazista il 10 giugno 1940, la situazione peggiorò ulteriormente. Da questa data la maggioranza dei locali notturni venne chiusa e fu assolutamente vietata l’esecuzione di musica americana.

Nell’introduzione di questa ricerca si faceva riferimento al furbesco spirito italiano. Questa capacità (o difetto, meglio non approfondire) di “fare la legge e trovare l’inganno” tipica del nostro animo latino, permise ai musicisti che operavano in quel periodo di continuare per ancora un po’di tempo a suonare pezzi statunitensi, attraverso un escamotage che, ai giorni nostri, appare quantomeno ingenuo: nomi dei compositori e titoli dei pezzi venivano “tradotti” e “italianizzati” con termini che definire “maccheronici” appare eufemistico.

Un pezzo ballabile intitolato “Le tristezze di San Luigi” (St. Louis Blues) avrebbe potuto in effetti ingannare un funzionario disattento e non particolarmente interessato alla musica, ma una volta ascoltato il pezzo, il ritmo sincopato e innegabilmente “negroide” e cosi poco “italico” lo avrebbe dovuto quantomeno insospettire!

Con l’inasprirsi della situazione politica infatti, questo stratagemma non funzionò più e i repertori jazzistici, nonostante i titoli “italiani” vennero eliminati dalla programmazione radiofonica.

Se la censura alla Radio fu molto attiva, lo stesso non si può dire per le orchestre private non legate all’EIAR. Inoltre la crescita del mercato discografico e dei grammofoni, unitamente alla presenza di filiali italiane di società discografiche straniere (Columbia, La Voce del Padrone, Telefunken) contribuirono a indirizzare il pubblico degli ascoltatori a prodotti musicali non necessariamente legati alle attività della C.e.t.r.a e a far realizzare tra il 1937 e il 1943 una quantità di incisioni jazzistiche molto alta.

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Programmi Educativi

2. 4 Nuovi programmi educativi

Leggendo il testo della “Solenne inaugurazione delle trasmissioni scolastiche” del 10 marzo 1934, presentata dal Ministro dell’Educazione Nazionale Francesco Ercole e dal sottosegretario Arrigo Solmi e che ho riportato in appendice, ci si può rendere conto di quale fosse il tipo di cambiamento imminente. Il tono propagandistico e l’esaltazione del regime in questo messaggio sono solo la prima tappa di un percorso che porterà i programmi a tematiche sempre più belliciste e “soldatesche”.

Per dare un idea di questo mutato spirito “educativo” ho confrontato il testo della puntata de Il Cantuccio dei bambini del 25 dicembre 1926 con il discorso della Solenne inaugurazione delle trasmissioni scolastiche.

Le due trasmissioni sono ovviamente molto differenti sia per quanto riguarda stile, linguaggio e forma, sia per gli intenti e le finalità.

E’ comunque interessante notare la brusca riduzione dell’autonomia delle singole stazioni Radio, all’indomani della nascita del nuovo Ente: da questa data in poi infatti, la centralizzazione dei programmi avrebbe ridotto di molto la fantasia creativa delle stazioni locali, rendendo tutte le trasmissioni praticamente identiche.

Dal confronto emerge immediatamente lo spirito della trasmissione per l’infanzia che ha l’intento di creare un pubblico di piccoli affezionati, allettati da una possibile ricompensa per la fedeltà dell’ascolto

Bandiremo subito una bella gara di indovinelli con due premi attraentissimi […] e il tre gennaio estrarremo a sorte il nome dei fortunati solutori…

Il tono del testo si caratterizza inoltre per lo stile veramente infantile, fatto di continui vezzeggiativi e diminutivi: sembra evidente che la volontà degli autori sia quella di usare questo linguaggio con lo scopo di lasciare i bambini nel loro mondo di magia, mistero e soprattutto ignoranza rispetto alla situazione reale a loro contemporanea

[…] vedrei mille manine tese e impazienti…
[…] perché i Milanesini non invidino i Napoletanini…
[…] visetti da golosoni…

Molto diverso appare invece il tono del secondo esempio, assolutamente più realistico e disincantato – per quanto fazioso e di parte – in cui si vuole mostrare l’efficienza e la grande lungimiranza culturale fascista, che “offre” con orgoglio il nuovo mezzo di comunicazione all’educazione e alla crescita delle nuove generazioni

Io sono certo che […] saprete valutare come la radio, questo nuovo strumento didattico che il Governo fascista pone da oggi a vostra disposizione, sia in grado di attuare una nuova e mirabile comunione di intenti e di spiriti fra tutte le scuole, fra tutti i bambini d’Italia.

Il lessico usato è realistico e proprio di un comunicato stampa, inoltre il pubblico destinatario non sembra più quello di un gruppo di bimbi affascinati dalla “casa dei nanetti” , ma quello di un auditorio molto più maturo e già pronto al “dovere” che lo aspetta

A voi, cari fanciulli d’Italia, che siete la speranza di una Patria sempre più grande e più rispettata, porgo l’augurio che, mediante le cure dei vostri educatori e dei vostri dirigenti, siate per divenire, come vi vogliamo, sani e forti, rispettosi e amanti della famiglia e della scuola, sempre più consapevoli e più degni.

La volontà di educare i bambini attraverso un linguaggio favolistico lascia ben presto il posto ad una educazione di tipo militare, dedita all’indottrinamento politico e ideologico.

Concludiamo quindi facendo un rapido bilancio dei risultati ottenuti dall’ERR. Nel complesso, si può tranquillamente affermare che questa iniziativa radiofonica fu piuttosto deludente e fallimentare sia per motivi “teorici” (inesistente politica culturale del regime, scarso interesse politico e intellettuale dei programmi) sia per motivi “pratici” che ora andiamo ad elencare.

Innanzitutto, l’idea di creare programmi unificati per le scuole e trasmissioni per il mondo contadino ad opera di un unico ente, ideato con questo preciso scopo, nacque principalmente con due intenti fondamentali: tentare di favorire indirettamente lo sviluppo radiofonico nel paese e poter sottoporre le grandi masse del mondo agricolo, risiedenti in zone decentrate e isolate, alla continua e sistematica propaganda del modo di vivere fascista.

La Radio aveva chiaramente i requisiti per poter amplificare e dare risonanza a questa dottrina, quindi perché non ottenne questo risultato?

Il motivo di questo fallimento è da ricercarsi nello stile con cui venivano redatti i messaggi, troppo sostenuto e “cittadino” per essere bene inteso da chi avesse avuto un basso livello d’istruzione. Il gap culturale esistente tra campagna e mondo urbano venne così mantenuto profondo e l’indifferenza del mondo contadino circa i programmi (“agricoli” e non) fu sempre molto alta.

A questo problema di “comprensione” si aggiunse da subito quello (a mio avviso, vero e proprio tallone d’Achille della radiofonia italiana) della difficoltà d’acquisto dell’apparecchio.

Non è un caso che fino al 1931 in Italia si assistette ad una netta maggioranza nelle vendite di automobili rispetto alle radio : la politica delle vendite infatti, imponeva che realtà come le scuole si procurassero con propri mezzi l’apparecchio radiofonico, il quale era ancora ben lontano dal poter essere considerato “popolare”, visto che fino al 1934 il valore minimo si attestava intorno alle 575 lire.

Per incrementare le vendite il prezzo venne abbassato di 100 lire l’anno seguente, ma gli sconti per le organizzazioni del regime non sarebbero durati a lungo.

Il nuovo mezzo di comunicazione parve dare nuovamente vita ai piccoli paesini, decentrati e praticamente privi di svaghi e divertimenti, i quali erano ben felici di poter usufruire del nuovissimo ritrovato tecnologico in qualunque modo.

Ma se si osserva la qualità dei programmi per le scuole, sia primarie che secondarie, ci si rende ben presto conto dell’elevata scarsezza culturale e intellettuale che li contraddistingueva, in quanto la propaganda, il conformismo intellettuale e la retorica erano il vero tema centrale dei programmi.

Un ultimo punto che caratterizzò l’insuccesso delle trasmissioni scolastiche fu l’indifferenza, che spesso sfociava in ostruzionismo, del mondo degli insegnanti.

Troppi vedevano nella figura della radio un pericoloso “concorrente” ai loro metodi d’insegnamento, perlomeno fino a quando non venne loro spiegato che la radio doveva essere utilizzata come un sussidio didattico, anziché come semplice sostituto.

L’esperienza dell’ERR finì nell’aprile 1940, quando l’EIAR decise di assimilare tutte le trasmissioni scolastiche. Con lo scoppio della guerra, vennero mandate in onda alcune trasmissioni per permettere agli studenti di assistere alle lezioni direttamente da casa. Anche questo espediente di “ Radioscuola” si rivelerà un fallimento, in quanto le trasmissioni non si tennero in modo regolare e furono funestate da continui disturbi ed interruzioni.

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E.R.R.

2. 3 L’Ente Radio Rurale

Mussolini inaugurò nel 1926 – e dal 1929 in poi comparirà sempre nei discorsi pubblici – la cosiddetta “politica di ruralizzazione”, politica il cui scopo ufficiale consisteva nell’invertire lo sviluppo industriale che avrebbe portato ad una “crisi” morale e sociale per tornare alla sana ed equilibrata vita agreste, vero esempio di rettitudine d’animo.

Ovviamente le finalità del dittatore erano di genere molto più pratico. In quegli anni ci si trovava di fronte ad un nuovo “esodo” di contadini dalle campagne alle città e quindi al conseguente aumento di manodopera per le industrie. Eliminando – o rallentando fortemente – il processo di industrializzazione, si colpiva duramente questa classe operaia con l’intento di aumentare, nelle campagne, il numero di piccoli proprietari terrieri la cui fedeltà e mentalità conformista avrebbero giovato non poco al regime; mantenere il popolo nell’ignoranza era, secondo la politica del regime, la chiave per conservare il potere.

Senza dilungarsi troppo nella storiografia si può affermare che questa politica non riscontrò mai il successo sperato, nonostante gli impegni organizzativi del regime .

Il Governo tentò ugualmente di dimostrare a tutti che la ruralizzazione stava funzionando e alla Radio toccò il compito di far conoscere ai cittadini, attraverso programmi mirati, quanto questa politica fosse efficace.

Il Fascismo si trovò quindi di fronte alla necessità di far raggiungere questo messaggio anche al pubblico decentrato delle campagne, il quale non poteva usufruire dei classici mezzi di comunicazione culturale a causa della sua lontananza dai centri cittadini e dalla conseguente impossibilità di accedere ad un livello di istruzione superiore.

Limitarsi a far conoscere la situazione al pubblico fu comunque solo l’inizio di un progetto molto più ampio e articolato, in cui il mondo contadino e le nuove generazioni sarebbero diventati il target principale sul quale l’impegno del governo avrebbe concentrato i suoi sforzi. Infatti l’idea di utilizzare il mezzo radiofonico come strumento didattico fu la logica tappa successiva di questo percorso, e appare superfluo dire quanto la didattica in questione rientrasse nei canoni del totalitarismo.

La legge del 15 giugno 1933, n. 791 sancì la nascita del nuovo ente per l’educazione radiofonica, che prese il nome di Ente Radio Rurale (ERR).

Il nuovo ente nacque col “fine di contribuire alla elevazione morale e culturale delle popolazioni rurali ” ma l’impronta del regime non tardò a farsi sentire. Inizialmente l’ERR venne posto sotto le dipendenza del ministero delle comunicazioni, ma in seguito le dispute e rivalità circa la sua gestione tra gli organismi governativi non tardarono a manifestarsi, causando difficoltà nelle iniziative. Il PNF pose sotto stretto controllo i programmi del nuovo ente e le sempre più insistenti pressioni ad opera del segretario del partito Starace costrinsero Mussolini, nel 1934, a trasferire l’ERR proprio sotto il controllo diretto del segretario.

Da questo momento in poi il grado di politicizzazione e propaganda all’interno dei programmi aumentò vertiginosamente, al punto che nell’ottobre 1935 le trasmissioni si chiudevano con l’annuncio delle nuove conquiste in Etiopia.

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Radio e Giovani

2. 2 Le prime trasmissioni per i bambini

 

L’educazione dei giovani fu uno dei principali interessi del fascismo e l’idea di un unico ente centrale per l’educazione e l’indottrinamento delle nuove generazioni si manifestò da subito, non appena ci si rese conto delle potenzialità della Radio.

Sino alla nascita dell’Ente Radio Rurale però, il regime lasciò alle grandi stazioni radiofoniche piena autonomia per quel che riguarda la programmazione delle trasmissioni per i ragazzi. Nella fase iniziale i programmi si limitavano a un ora, generalmente nel tardo pomeriggio, per consentire ai bambini di terminare esercizi e compiti: inoltre la rigida educazione delle famiglie di ceto borghese limitava l’uso della radio al capofamiglia, il quale generalmente non gradiva che il “nuovo acquisto” diventasse l’oggetto principale delle attenzioni dei figli.

Come avevamo accennato nell’introduzione del lavoro, l’aspetto magico che inizialmente causò sospetto e refrattarietà circa il nuovo mezzo di comunicazione, fu invece il tema centrale delle prime trasmissioni proprio per accendere la fantasia dei piccoli ascoltatori, i quali si trovarono di fronte a maghi, fate e nani alla conduzione dei programmi .

In poco tempo ogni stazione Radio avrebbe avuto il proprio speciale programma per l’infanzia, con contenuti che spaziavano dai semplici giochi enigmistici a scene drammatizzate e riduzioni sceneggiate a puntate dei classici per i ragazzi.

E’ evidente che in questa prima fase non si può parlare di intenti pedagogici o educativi: il Governo non aveva ancora chiaro il potere mediatico della Radio e nemmeno messo a punto un programma culturale ben definito. Le stazioni Radio offrirono perciò trasmissioni di svago ed intrattenimento che avrebbero però contribuito a far prendere confidenza ai ragazzi (e alle famiglie) con il nuovo mezzo di comunicazione.

I palinsesti sarebbero però drasticamente cambiati molto presto.

Per meglio far comprendere lo spirito di queste prime trasmissioni, ho deciso di mettere in appendice il testo completo di una puntata del Cantuccio dei bambini, primo programma radiofonico della stazione di Milano che creò uno spazio specifico dedicato ai bambini, offrendo loro musica e giochi. La puntata è del 25 dicembre 1926, mentre la voce narrante è quella di Elisabetta Oddone .

 

 

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Radio e Cultura

2. 1 La (Radio)diffusione della cultura

Con i mezzi della cultura tradizionale o con i nuovi mezzi di comunicazione di massa, con l’epigrafe e con la radioscena, con il testo scolastico e con il discorso pubblico amplificato dai mass-media, con il monumento e con i riti collettivi del tempo libero, si tratta di annettere la gente comune all’opinione che il fascismo non rappresenti un fortunato colpo di mano contrattato e sanzionato al vertice; ma lo sbocco genuino e necessario di una storia nazionale in cui – per la prima volta in tali proporzioni – il popolo tutto viene chiamato ad essere protagonista.

La lunga citazione con cui si apre questo capitolo è necessaria, in quanto rappresenta il perfetto riassunto di come il Fascismo desiderasse apparire agli occhi degli italiani: una naturale “evoluzione” della società che avrebbe migliorato la vita di tutti e interessato tutti i campi, cultura ed educazione comprese. Ponendo come data “spartiacque” l’istituzione dell’Ente Radio Rurale (1933), si può osservare l’applicazione di questo principio nella programmazione radiofonica: analizzando le trasmissioni posteriori a quella data le diversità di contenuto rispetto ai primi programmi per l’infanzia appaiono molto evidenti.

Vennero realizzati infatti sceneggiati radiofonici con lo scopo di rievocare momenti della storia italiana, riducendola però ad aneddoto o a leggenda, quando non ci si abbandonava a lodi spregiudicate a personaggi ed eventi che avevano fatto la storia del regime .

Si moltiplicarono poi le trasmissioni di visite guidate a caserme e fabbriche per documentare lo sforzo di modernizzazione del paese e dell’esercito, anche se il vero scopo di tali trasmissioni era quello di uniformare, appiattendo verso il basso, le conoscenze dei ragazzi e la funzione educatrice della scuola.

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